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Chi avrà lavoro e chi no nel prossimo decennio

 Chi avrà lavoro e chi no nel prossimo decennio

La società di consulenza tedesca Roland Berger, ha condotto un’indagine in Francia e una in Italia in esclusiva per Panorama, con l’obiettivo di scoprire quali professioni rischiano di essere travolte dalle nuove tecnologie e quali invece sono più al sicuro. L’elemento alla base dell’indagine riguarda la possibilità, attraverso le nuove tecnologie, di poter svolgere più mansioni con meno persone, portando alla scomparsa di molte professioni. L’indagine si basa sull’individuazione, da parte dei ricercatori della Roland Berger, di oltre 600 professioni diverse diffuse in Europa (che non coincidono con le categorie contrattuali italiane) e a ognuna è stata assegnata una percentuale: più alto è questo numero, maggiore è l’impatto negativo che la tecnologia avrà su quel particolare mestiere. A Panorama, Roberto Crapelli, amministratore delegato della Roland Berger Italia, sottolinea che l’impatto dipende dalla velocità con cui ciascun paese adotterà le nuove tecnologie e che avranno un futuro i mestieri legati al tempo libero e alla cura delle persone, e le attività impiegatizie superiori dove si decide e si gestisce, mentre sono più in pericolo i lavori impiegatizi intermedi, i contabili, i mestieri legati ai trasporti, alla meccanica, al mondo delle costruzioni, grazie al crescente uso di strutture modulari e standardizzate.

Ecco quello che è emerso dall'indagine: per i servizi sociali, per le professioni sanitarie superiori, per l’istruzione, per i programmatori il cambiamento sarà meno brusco; mentre chi svolge funzioni amministrative e contabili e chi lavora nei settori della trasformazione alimentare o nell’agricoltura, soffrirà di più per l’avvento delle nuove tecnologie. 

Tra le sorprese, la probabile scomparsa della manicure, sostituita da una macchina, e la tenuta invece dei mestieri legati allo spettacolo.

I ricercatori Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee della Sloan school of management del Mit di Boston, hanno scoperto che fino al 2000 nell’economia veniva rispettata la classica regola secondo cui l’aumento di produttività provocato dalle nuove tecnologie produce nuova ricchezza che alimenta a sua volta nuova attività economica e quindi crea occupazione. Ma dal 2000 il meccanismo si è inceppato, almeno negli Stati Uniti.
Crapelli, dal canto suo ritiene invece che “tutte le rivoluzioni tecnologiche hanno aumentato i posti di lavoro- e conclude -va tenuto conto che in futuro saranno importanti i mestieri ad alto contenuto artigianale: l’Italia qui ha ancora molto da dire".
 

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