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Crowd work: cos`è e come funziona

Il crowd work è uno delle nuove forme di lavoro figlie della rivoluzione tecnologica. La  sua traduzione letterale è “lavoro nella folla”. Questo perché una folla di persone detta crowd è connessa ad una piattaforma digitale in rete su cui i committenti, i crowdsourcing, che possono essere imprese o singole persone, caricano delle commesse la cui evasione è indirizzata alla olla di persone.

La parola chiave del crowdwork è la disintermediazione dei tempi e degli spazi: chi si aggiudica la commessa può trovarsi in una qualsiasi parte del mondo rispetto al luogo in cui si trova il committente, può svolgerla nei tempi che ritiene opportuno fermo restando un termine finale e seconda le modalità che ritiene più opportune. La disintermediazione riguarda anche l’organizzazione del lavoro in quanto vengono meno le categorie su cui sino ad oggi si sono retti i rapporti di lavoro dentro e fuori l’azienda.   

I dati del fenomeno

-Nel 2015, il numero di piattaforme digitali di crowdsourcing nel mondo ha raggiunto le 2.300 unità: tra queste, le più famose sono le americane Amazon Mechanical Turk (AMT), Top Coder e Upwork, l’australiana Freelancer.com, la tedesca TwagTra i committenti più famosi che si avvalgono delle piattaforme di crowdsourcing, si annoverano Google, Intel, Facebook, AOL, NSA, Telekom, Honda, Panasonic, Microsoft, NBC, Walt Disney e Unilever.

-Sempre  nel 2015, AMT ha dichiarato 500.000 iscritti di 190 paesi diversi, Top Coder (con sede precisamente in Massachusetts) 753.911, Upwork 8 milioni da 180 nazioni,  Freelancer 14,5 milioni con 7,5 milioni di progetti mentre Twago 263.715 iscritti con 66.683 progetti.
Il  profilo dei crowd workers  è generalmente quello di  giovani con età media di 30 anni, con un titolo di studio di secondo livello, per buona parte donne, che trovano nel crowd work la propria principale fonte di reddito, il cui corrispettivo è generalmente pari a 2 dollari l’ora.

Benefici e rischi del crowd work

-I benefici riguardano la sua capacità di creare occupazione anche in zone deindustrializzate, soprattutto nel Sud del mondo, visto la possibilità per le imprese di assegnare commesse da remoto senza cioè insediarsi nel territorio. 
-Di realizzare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro vista la possibilità per il lavoratore di scegliere come, quando e dove lavorare, con risultati  anche in termini di creatività dello stesso il quale prova la sensazione di autonomia. 
-Di essere volano di servizi di utilità sociale. Ad esempio, sarà possibile creare piattaforme digitali sotto la gestione pubblica, ciascuna per singoli comuni, su cui gli anziani e più in generale persone che non hanno grosse capacità di movimento possono chiedere il servizio di trasporto di cose (ad esempio, farmaci, cibo) o anche persone (magari quelle care che vogliono vedere e che a loro volta non sanno come spostarsi) e quindi inserire su queste piattaforme vere e proprie commesse, la cui evasione sarebbe affidata a lavoratori pubblici ad esse connessi, una sorta di crowd workers pubblici in luogo dei vecchi lavoratori socialmente utili, e pagati dai rispettivi Comuni.

Per quanto rigurada gli interrogativi, riguardano gli standard minimi di tutela in favore dei lavoratori connessi alle piattaforme digitali. Al riguardo, hanno avuto una forte risonanza mediatica in Italia le proteste dei lavoratori torinesi della piattaforma Foodora che svolgono, per 4 euro lordi, un servizio di consegna di generi alimentari. 
-L’altro interrogativo riguarda le garanzie per la sicurezza in favore dei crowd wokers che utilizzano, per eseguire la prestazione, mezzi di loro proprietà. 
-Il terzo interrogativo riguarda i criteri in base a cui la piattaforma distribuisce le commesse valendo ora soltanto il criterio che privilegia chi le evade per primo e in maniera più economia, secondo il meccanismo di rating affidato ai committenti. Si tratta di una sorta di “corsa di levrieri” nella quale il “premio” in denaro spetta solamente a chi arriva primo perché svolge più velocemente l’incarico. 


In tale prospettiva, bisogna muovere dall’eloquente dichiarazione di Lukas Biewald, amministratore delegato della piattaforma CrowdFlower, secondo cui:  “prima dell’avvento di internet, ti sarebbe stato particolarmente difficile trovare qualcuno disponibile a lavorare per te dieci minuti per essere poi subito licenziato. Ma grazie a queste tecnologie ora puoi effettivamente trovare qualcuno, corrispondergli un compenso irrisorio per poi sbarazzartene non appena non ne hai più bisogno”.
In Inghilterra, la giurisprudenza è orientata a qualificare come workers i lavoratori alla stregua dei crowd workers ovvero lavoratori che, seppur non propriamente dipendenti (employees)godono di alcune tutele basilari.
In Germania, ad esempio, la giurisprudenza è orientata, in parte, a ricondurre i crowd workers sotto l’alveo delle c.d. “persone simile ai lavoratori subordinati”, in altra parte, a qualificarli come consumatori nell’ottica di applicare ad essi i relativi statuti di protezione sociale mentre il sindacato IG Metall si è attrezzato in loro difesa. 
In Italia, secondo l’avv. Cafiero, il passo giusto è nella direzione di uno Statuto comune di diritti, applicabile cioè ai lavoratori in quanto tali, siano essi subordinati, autonomi o parasubordinati posto che, sino ad oggi, ad ogni categoria di appartenenza sono corrisposti alcuni  diritti. Ad esempio, il recente disegno di legge sul lavoro autonomo, approvato dalla Camera, è il tentativo di estendere alla categoria dei lavoratori autonomi diritti riservati attualmente a quella dei lavoratori subordinati. 
Si tratta, conclude l’avv. Cafiero, di governare la rivoluzione tecnologica nella consapevolezza che essa non è in assoluto costruttiva o “disruptive” ma può essere l’una o l’altra a seconda delle condizioni “ambientali” in cui trova sviluppo. 

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