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Disoccupazione tecnologica: il punto di vista dell`economista Jeffrey Sachs

Nel 1936 Keynes parlava di "disoccupazione tecnologica", cioè la perdita di lavoro dovuta al cambiamento tecnologico. Sono passati più di 80 anni, ma il fenomeno risulta di estrema attualità nel dibattito odierno. A riguardo Jeffrey Sachs, tra i più noti economisti al mondo, ha dedicato un intero capitolo del suo libro "America 2030" edito da Luiss University Press.

Sachs ritiene che occorra "inseguire politiche che garantiscano che le future generazioni di macchine intelligenti funzionino per noi e per il nostro benessere, invece che lavorare per le macchine e per i pochi che ne controllano i sistemi operativi". Inoltre pone l'accento su un dato emerso da diverse ricerche condotte dalla Oxford University e McKinsey, secondo cui circa la metà dei lavori odierni, potrebbero essere rimpiazzati almeno in parte da macchine intelligenti.
Secondo Sachs quando è presente una rivoluzione tecnologica come quella presente occorre garantire equità attravverso una ridistribuzione del reddito.

Quindi come preparaci di fornte a tale scenario? Tre sono i punti suggeriti dall'economista:

  • formare i giovani lavoratori nelle qualifiche necessarie all'economia;
  • prepararci ad una forza lavoro che cambierà occupazione con maggiore frequenza che in passato;
  • ricordarsi che macchine sempre più intelligenti potrebberoi portarci a godere molto di più di tempo libero e di più ore del giorno in attività di valore ma non remunerative e nel lavoro di volontariato.

"Questa è davvero l'essenza-conclude - la tecnologia è un vantaggio se gestita correttamente e se esiste una struttura adeguata per assicurare un'ampia distribuzione dei benefici dei cambiamenti tecnologici".

 

Jeffrey Sachs
è tra i più noti economisti al mondo, tra i principali esperti mondiali di sviluppo sostenibile. Autore di bestseller come Il prezzo della civiltà e L'era dello sviluppo sostenibile, è senior advisor delle Nazioni Unite e professore alla Columbia University, New York. I suoi editoriali appaiono regolarmente sul New York Times e sono tradotti e letti in oltre 80 paesi.

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