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Donne e trasformazioni sociali in tempo di crisi

La popolazione è un insieme di generazioni che entrano, si accavallano, si estinguono, dando luogo a fenomeni demografici che noi contiamo in maniera aggregata ma che derivano da eventi individuali, da storie di vita. In tale contesto, Maria Silvana Salvini, professore ordinario del  Dipartimento di Statistica, Informatica, Applicazioni «G. Parenti» dell’Università di Firenze, si chiede come sia mutato il ruolo delle donne e il loro contesto di vita nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella società.
I cambiamenti riscontrati nelle esperienze delle generazioni di donne su vari piani sono assai evidenti e la pluralità dei ruoli femminili e dei contesti in cui si sviluppano rendono l’immagine molto articolata. Un’immagine mutevole come un «caleidoscopio». Infatti nei recenti decenni la vita delle donne è cambiata sotto vari aspetti: istruzione, nuove tecnologie, mercato del lavoro, divisione dei ruoli, strategie di conciliazione del lavoro e dei tempi di vita, condizioni economiche, salute. 
Continua il forte investimento nell’istruzione da parte delle donne, che ottengono risultati migliori di quelli degli uomini sia a scuola che all’università. La diffusione delle nuove tecnologie riguarda tutta la popolazione con una diminuzione del divario di genere e, per le giovani, con un suo annullamento. Negli anni di crisi le donne hanno tenuto di più nel mercato del lavoro e hanno visto incrementare il loro ruolo di breadwinner.

La presenza nei ruoli decisionali è in crescita sia nei luoghi politici che in quelli economici. Permangono però le difficoltà di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro legate anche all’asimmetria dei ruoli all’interno delle coppie. Le donne occupate, in corrispondenza della maternità, si trovano a sperimentare in misura crescente la perdita o l’abbandono del lavoro. La condizione reddituale femminile continua ad essere peggiore di quella maschile, ma la distanza fra uomini e donne è diminuita. Tra le anziane, che continuano a guadagnare anni di vita e anni in buona salute, si affacciano le generazioni via via più istruite con un comportamento sempre più favorevole ad un invecchiamento attivo. 


Le crisi economiche, e le conseguenze sociali 


La crisi del 1992 si differenzia dalle altre perché la svalutazione è stata relativamente contenuta come la riduzione del PIL nel 1993. Il tasso di crescita è stato negativo ma solo dell’1% del PIL. 
La crisi del 2007-2012 è stata molto grave, e la situazione italiana risulta profondamente deteriorata. Infatti il potere d’acquisto delle famiglie nel 2012 è diminuito del 3% rispetto al 1995. Il deterioramento delle condizioni dell’economia italiana è dunque evidente, e vede anche un ingente trasferimento di risorse dai settori produttivi alla pubblica amministrazione senza che a ciò seguano miglioramenti nella qualità dei servizi offerti dalla Pubblica amministrazione. 
Gli effetti della crisi sulla demografia italiana sono molto evidenti: diminuiscono matrimoni, divorzi e nascite, ma crescono le unioni libere, si vive sotto stress e non di rado si rinuncia a farmaci e prestazioni sanitarie, rallentano gli arrivi di stranieri e crescono le partenze di italiani.


Le «Due Italie» ci sono ancora, ma con relazioni contrarie al passato 


Dopo il valore minimo del tasso di fecondità registrato nel 1995 con 1,19 figli per donna, nella seconda metà degli anni Novanta la fecondità è andata lievemente aumentando a causa dell’apporto degli immigrati e del recupero delle generazioni. Nel 2007 il numero medio di figli ha raggiunto il valore di 1,42, ma nel 2008 è iniziata la grande recessione e, con essa, un nuovo, piccolo ma persistente, declino, e poi ristagno, della fecondità su poco più di 1,3 figli per donna.
Le «Due Italie» della fecondità esistono ancora? In passato il Sud si mostrava più prolifico e il modello di fecondità più precoce, oggi è il Nord-Centro che ha una valore del tasso di fecondità  superiore, seppur di poco, a quello delle regioni meridionali.
In media nei Paesi OCSE con dati disponibili, il numero ideale di figli per gli uomini e le donne è di circa 2,3, leggermente al di sopra del tasso di sostituzione di 2,1 figli per donna. La dimensione ideale della famiglia varia tuttavia ampiamente tra i paesi OCSE, da più di 2,7 per gli uomini e 2,9 figli per le donne in Irlanda, a valori un po’ meno elevati per Belgio, Francia, Estonia, Paesi Bassi e nei paesi nordici. Al contrario, in Austria il valore "ideale" è al di sotto dei livelli di sostituzione sia per gli uomini sia per le donne di tutte le età. 

Nella maggior parte degli altri paesi, il numero ideale è in genere compreso tra 2.1 e 2.4 (come in Italia). La mancanza di figli è la scelta ideale solo per una piccola minoranza di donne (2% in media in tutti i paesi OCSE con dati disponibili). Inoltre, non molte donne desiderano avere un solo figlio: in media in tutta l'OCSE, solo l'8%.

I motivi per i quali la gioventù italiana si sposa sempre meno e più tardi, si sceglie la convivenza, si sciolgono le unioni, si fanno pochi figli sono sia fattori economici (il costo del matrimonio, della casa  di proprietà, il costo dei figli), fattori psicologici relativi alla paura di alterare un equilibrio fatto di «non scelte» e costrizioni sociali), la mancanza di conciliazione fra vita familiare e vita professionale (i tempi di vita), la mancanza di politiche a favore della famiglia e dei giovani (a differenza di altri paesi, come Francia e Svezia).


Un cambiamento sostanziale dagli anni 90: le donne immigrate in Italia 


La componente femminile è un elemento strutturale dell'immigrazione in Italia e rappresenta alla fine del 2013 più della metà della popolazione straniera residente. È la donna che svolge il ruolo di mediatrice tra la sua famiglia e il mondo esterno, a partire dalla scuola e dagli uffici e servizi pubblici, favorendone l'integrazione. Tuttavia non esistono ancora in Italia politiche specifiche in risposta alla progressiva femminilizzazione dei flussi migratori.

Negli ultimi anni si è assistito a una immigrazione femminile più marcata rispetto a quella maschile non solo per i ricongiungimenti familiari, ma soprattutto a seguito delle occupazioni  legate ai servizi alle famiglie. La larga maggioranza tra le donne immigrate, circa 8 su 10, è presente per motivi di lavoro o di ricongiungimento familiare.

Secondo i dati riportati sul Rapporto annuale del Dossier Statistico Immigrazione 2014, anche per le donne straniere si ripete il fenomeno che si registra tra le donne italiane: è occupato il 69,2% di donne senza figli contro il 44,8% di chi ha figli. L'occupazione principale delle donne immigrate resta il lavoro di cura: una donna su tre lavora nel settore dei servizi di assistenza alla persona. Discriminazione, ritmi di lavoro pressanti, mancanza di tempo. Sono questi i principali problemi evidenziati dalle donne straniere. A questo bisogna aggiungere il dolore per la lontananza dai figli, la cui crescita nei Paesi d'origine lontano dalle madri è diventata in alcuni casi un'emergenza sociale. Per le lavoratrici straniere, al gender gap nei salari si aggiunge un differenziale etnico: guadagnano meno degli uomini e delle donne italiane (6 euro l'ora, nella media). 
Con l’inizio della crisi economica è nato un dibattito sulla possibile competizione lavorativa tra donne e uomini migranti e, soprattutto, tra donne migranti e donne italiane che cercano lavoro per sostenere gli uomini rimasti disoccupati. Mentre i tassi di partecipazione al lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici italiane non sono cambianti in modo rilevante, tra i lavoratori e le lavoratrici stranieri la diminuzione dei tassi di attività degli uomini stranieri è stata compensata da un leggero aumento di quelli femminili.


Un cambiamento sostanziale dagli anni 90: divorziati e divorziate


I dati del 2013 e del 2014 mettono in luce prima una continuazione dell’aumento dei divorzi e  poi una fase di stazionarietà. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335, le prime in leggero aumento e i secondi in lieve calo rispetto all’anno precedente. Le ragioni possono essere ricondotte al declino dei matrimoni e a fattori congiunturali e normativi. La congiuntura economica sfavorevole può verosimilmente agire da deterrente della divorzialità, che potrebbe comportare un peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie. In soli 15 anni cambia la struttura delle donne e degli uomini divorziati: nel 2000 le donne che scioglievano l’unione e che avevano più di 40 anni erano il 37.6% del totale, mentre nel 2014 la percentuale passa a 65.2. Si assiste quindi a un progressivo invecchiamento dei divorziati.

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