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Il contributo di un salario minimo europeo

Nel 2014, il Presidente della Commissione europea J.-C. Juncker si dichiarò favorevole all’introduzione di un salario minimo europeo, pari a 60% della mediana nazionale, in tutti i paesi membri come un pilastro del modello sociale europeo. Per comprendere il ruolo del salario minimo, occorre partire da due presupposti:
-non tutti i lavoratori a bassa retribuzione sono poveri: alcuni fanno parte di nuclei familiari con un reddito sopra la soglia di povertà;
-non tutte le persone povere hanno un lavoro dipendente a bassa retribuzione: alcune sono disoccupate, o inattive, o lavorano in proprio;
Quali sarebbero gli effetti di un salario minimo europeo sulla povertà, tenendo conto di possibili interazioni con imposte, contributi, e prestazioni sociali? La ricerca realizzata da Manos Matsaganis professore associato DAStU, del Politecnico di Milano, vuole rispondere a questa domanda e i risultati emersi sono molto interessanti.
-l’introduzione di un salario minimo europeo (pari a 50% della media nazionale) porterebbe a una riduzione piuttosto modesta del tasso di povertà (meno di 1 punto percentuale in 15 dei 28 paesi membri);
-provocherebbe una riduzione (altrettanto modesta) del livello di diseguaglianza dei redditi familiari;
-avrebbe l’effetto di ridurre la dispersione delle retribuzioni;
-anche se come strumento contro la povertà il salario minimo è di per se relativamente poco efficace, il suo contributo sarebbe più consistente in tandem con altri strumenti (per es. in-work benefits).

 

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