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Il lavoro del futuro: quali tutele?

La rivoluzione tecnologica, disintermedia le vecchie categorie dei rapporti di lavoro, di spazio e di tempo e dei rapporti orizzontali e verticali. In tale contesto vengono meno anche le tutele date a quelle categorie, questo è un problema che si pone per i lavoratori del futuro, quelli della "gig economy". In tal senso, secondo l'avv. Ciro Cafiero, occorre un ripensamento delle tutele in favore di questi lavoratori, come quelli che lavorano in smart working e in crowdwork., che rappresentano il riflesso condizionato della nuova organizzazione di lavoro. 
Se analizziamo la questione da un punto di vista internazionale sono molteplici i modelli da poter prendere a riferimento come quello inglese, tedesco, statunitense: in Germania, ad esempio la giurisprudenza ha qualificato questi lavoratori come assimilabili a quelli subordinati applicando le tutele basilari in merito a salari minimi, sicurezza, orario di lavoro, e diritto sindacale. Stessa cosa è stata fatta nella giurisprudenza americana i gig workers sono qualificati ora come dependent contractors o come indipendent workers. Ma l’esperienza più significativa, secondo l’avv. Cafiero è quella inglese, che ha cercato di estendere al lavoratore della gig economy, l' Employment Rights Act del 1996.
In tal senso si rende necessario, secondo l’avv. Cafiero che anche l’Italia risponda all' esigenza di tutele dei gig workers, e non estendendo loro le norme dell’attuale ordinamento lavoristico, perché le norme del nostro diritto del lavoro, letteralmente appesantite agli anni, rischiano di irrigidire le flessibilità.
Inoltre, da un altro punto di vista, la soluzione non può essere quella del reddito minimo garantito sul presupposto che la rivoluzione tecnologica conduca alla scomparsa di tutti i posti di lavoro, sottolinea l'avv. Cafiero. In primo luogo, perché il reddito minimo garantito non tutela il diritto al lavoro, che nel nostro Paese è un diritto fondamentale di rango costituzionale a garanzia della libertà, della dignità sociale e dello sviluppo della personalità dei cittadini.

In secondo luogo, perché il reddito minimo garantito rischia di cristallizzare la diseguaglianza sociale perché, in quanto non progressivo, priva il cittadino della possibilità, che invece deriva dal lavoro, di ottenere una retribuzione maggiore, di ridurre di conseguenza il divario di diseguaglianza rispetto a coloro che sono più in alto nella piramide sociale e, quindi, in definitiva, di attivare processi di redistribuzione della ricchezza.

In terzo luogo, perché il reddito minimo garantito, nel confinare il consumo entro i limiti di una disponibilità economica invariata, rischia di incoraggiare l'indebitamento di coloro che ambiscono a consumare oltre tali limiti.

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