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Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati

Il tasso di disoccupazione nell’Unione europea è passato dal 7% del 2006 al 12% del 2016. In Italia, nello stesso decennio, è salito dall’8% al 13,5%. Quanto alla disoccupazione giovanile, che in Europa è al 22%, in Italia è impennata dal 16% del 2006 al 38% del 2016.

Questi dati confermano come la disoccupazione sia diventata una vera e propria piaga economica, ma anche sociale, come sottolinea Domenico De Masi, all'interno del suo libro "Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati" edito da Rizzoli.

La disoccupazione non solo non diminuirà, ma è destinata a crescere, secondo l'autore. Basta guardarsi intorno: ieri le macchine sostituivano l’uomo alla catena di montaggio, domani software sempre più sofisticati lavoreranno al posto di medici, dirigenti e notai. Insomma, il progresso tecnologico ci procurerà sempre più beni e servizi senza impiegare lavoro umano.

La disoccupazione tecnologica, secondo De Masi- se gestita con intelligenza, potrebbe essere liberazione benefica dal lavoro stressante e passaggio tranquillo a una vita nuova in cui, delegata alle macchine tutta la fatica bruta, gli uomini imparino ad assegnarsi equamente il lavoro appagante, secondo la vocazione di ciascuno. Invece, schiacciati dal trionfante «pensiero unico» neoliberale, milioni di disoccupati realizzano la maledizione di Mosè al popolo traditore: «Cercherete di vendervi come schiavi ai vostri nemici, ma nessuno vorrà comprarvi». E, allora come oggi, sia pure con mezzi diversi, gli schiavi invenduti venivano uccisi.

Perché pretendere un comportamento e un’etica ritagliati sul lavoro quando il lavoro viene negato? Perché non trasformare i disoccupati in un’avanguardia di quel mondo libero dal lavoro e sperimentare le occasioni preziose offerte da quella libertà? Ciò che oggi si prospetta non è conquistare, lottando con le unghie e con i denti, un posto di ultima fila nel mercato del lavoro industriale, ma sedere nella cabina di regia della società postindustriale. La soluzione è un nuovo modello di sviluppo e di convivenza, che possa condurci verso approdi sempre meno infelici.

Occorre per l'autore, trovare criteri radicalmente nuovi per ridistribuire in modo equo la ricchezza. Per questo i disoccupati e tutti coloro che temono di poterlo diventare, se vogliono salvarsi, devono adottare una precisa strategia di riscatto.

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