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Rapporto ImpresaInGenere, Unioncamere: 35mila imprese femminili in più tra 2010 e 2015

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La crisi non ha fermato le donne. Tra il 2010 e il 2015, le imprese femminili in più sono 35mila. Il loro aumento rappresenta il 65% dell’incremento complessivo dell’intero tessuto imprenditoriale italiano (+53mila imprese) nello stesso periodo. Più dinamiche quindi (+3,1% il tasso di crescita nel periodo a fronte del +0,5% degli imprenditori uomini), ma anche sempre più digitali e innovative, più giovani, più multiculturali. A questo treno in corsa, che oggi conta 1 milione e 312mila imprese femminili (il 21,7% del totale) che danno lavoro a quasi 3 milioni di persone, è dedicato il Rapporto ImpresaInGenere, realizzato da Unioncamere nel quadro della collaborazione con Ministero Sviluppo Economico, Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Pari Opportunità, come ci illustra Tiziana Pompei, Vice Segretario Generale Area Regolazione del mercato , concorrenza e politiche di genere, Unioncamere.

LA STRUTTURA IMPRENDITORIALE

Imprese in Italia: una su cinque è femminile

Il ruolo attivo delle donne nel tessuto imprenditoriale del Paese è espresso dalla presenza, nel 2014, di 1 milione e 302 mila imprese femminili, che rappresentano il 21,6% del totale delle imprese. Secondo gli ultimi dati, nel 2015 le imprese femminili ammontano a 1 milione e 312 mila, corrispondenti al 21,7% del totale imprenditoriale.

I settori dell'imprenditoria femminile: più servizi e agricoltura e meno industria

Sotto il profilo strettamente settoriale, le imprese femminili sono maggiormente concentrate nel settore dei servizi, dove operano circa i due terzi (65,5%; oltre 850 mila) del totale delle imprese “rosa” contro solo poco più della metà nel caso delle imprese maschili (54,0%), e nel settore primario (agricoltura, silvicoltura e pesca), in cui si concentra quasi il 17% delle imprese femminili (circa 220 mila) contro solo poco più dell’11% di imprese maschili. Se da un lato il ruolo della donna può contribuire a portare innovazione in un settore più “storico e tradizionale” come quello agricolo o in molti volti del terziario, dall’altro lato appare importante aiutare ad avvicinare il fare impresa femminile al settore industriale, con particolare riguardo a molti ambiti del manifatturiero più high-tech, perché significherebbe fare entrare la donna in modalità imprenditoriali più complesse sì, ma dall’alto tasso di crescita tecnologica, innovativa e aziendale.

Dimensione “micro” e conduzione “individuale” le caratteristiche aziendali dell’impresa femminile.

Novantasette imprese su 100 guidate da donne hanno meno di 10 addetti (1,2 milioni in valori assoluti) contro le 95 su 100 nel caso delle imprese maschili. Le imprese femminili contano 2,2 addetti medi per impresa contro i 3,9 relativi a quelle maschili. Riguardo alla forma giuridica, il 65% delle imprese femminili sono ditte individuali contro il 50,9% nel caso di quelle maschili. Caratteristiche che rimandano a questioni legate al capitalismo molecolare, relativamente ai tanti ostacoli che affrontano le imprese di ridotte dimensioni in termini, ad esempio, di accesso al credito, di investimenti, di internazionalizzazione ecc.

Nel Mezzogiorno l’imprenditoria è più “rosa”

Le imprese femminili si concentrano, rispetto a quelle maschili, maggiormente nel Mezzogiorno: un’area che assorbe il 35,9% del totale nazionale delle imprese guidate da donne e il 32,1% di quelle guidate da uomini. Il Mezzogiorno è anche l’area a presentare un maggior tasso di femminilizzazione (imprese femminili su totale imprese): a fronte di una media nazionale del 21,6%, qui le imprese femminili raggiungono il 23,5% del totale di tutte le imprese dell’area (quasi 470 mila imprese rosa in termini assoluti), laddove nel Nord la corrispondente quota sfiora solo il 20% (540 mila); anche nel Centro, le imprenditrici rivestono un ruolo piuttosto significativo, rappresentando il 22,4% del totale imprenditoriale della ripartizione (quasi 300 mila imprese guidate da donne).

Imprese femminili “doppiamente” più giovanili

Sono più giovanili nell’età degli imprenditori: quasi 14 imprese femminili su 100 sono guidate da under 35 (circa 178 mila in valori assoluti), a fronte delle circa 10 su 100 tra le imprese maschili. E nell’età dell’impresa: oltre il 30% delle imprese “rosa” registrate a fine 2014 hanno non più di 4 anni (essendosi iscritte nel periodo 2010-2014), laddove la corrispondente quota per quelle maschili scende sotto il 25%. Il tasso di imprenditorialità giovanile, all’interno dell’imprenditoria femminile, è particolarmente elevato in settori come i servizi finanziari e assicurativi, le altre attività di servizi alla persona e l’alloggio e ristorazione, caso, quest’ultimo, in cui la creatività e la capacità di sperimentare sistemi di offerta alternativi delle giovani imprenditrici possono senz’altro contribuire alla riqualificazione in chiave innovativa di tanti servizi legati all’offerta dell’intera filiera turistica del Paese. Pur tuttavia la duplice “giovinezza” apre delicate questioni su politiche specifiche, di tipo strutturale, a sostegno della crescita e affermazione aziendale di molte imprese che sono ai primi anni della loro vita.

Imprenditoria femminile meno artigiana in generale, ma forte il legame con il made in Italy

L’imprenditoria femminile si dimostra un po’ meno “artigiana” di quella maschile, in virtù del fatto che solo quasi 17 imprese femminili su 100 sono artigiane (poco più di 216 mila in valori assoluti), laddove tra quelle maschili lo sono circa 25 su 100. Nei settori dell’alimentare, della moda e della lavorazione dei minerali non metalliferi (vetro, ceramica, ecc.) l’artigianato è più presente tra le imprese femminili che fra quelle maschili. Nel settore alimentare il 69,6% delle imprese femminili sono artigiane (10.200 in termini assoluti) contro il 56,2% nel caso delle imprese maschili; nella moda sono artigiane il 68,7% delle imprese femminili (circa 25 mila) contro il 42,5% di quelle maschili; nella lavorazione dei minerali non metalliferi le imprese artigiane rappresentano il 56,3% (2.400 in termini assoluti) tra le imprese femminili contro il 51,1% tra le imprese maschili. Chiare evidenze di quanto sia veramente forte il connubio “impresa femminile-artigianato” in alcuni ambiti del made in Italy.

La cooperazione che non fa distinzioni di genere

Le imprese femminili mostrano attenzione alla cooperazione quale modo per fare impresa al pari di quelle maschili. Le imprese cooperative rappresentano, sempre con riferimento al 2014, quasi il 2,5% all’interno sia del tessuto imprenditoriale femminile (circa 30 mila cooperative guidate da donne) sia di quello maschile. Dalla cooperazione emergono alcuni dei volti più caratteristici dell’imprenditoria femminile - costituenti peraltro certe filiere - riconducibili alla relazione del fare impresa delle donne con gli aspetti di natura sociale, quali la socio-assistenza, la formazione e la cultura. Nel settore della sanità e dell’assistenza sociale quasi 40 imprese femminili su 100 sono costituite in forma cooperativa (poco più di 5 mila in valori assoluti), mentre nel caso delle imprese maschili il corrispondente rapporto scende a solo poco più di 22 su 100. 

Imprese femminili un po’ più “straniere” di quelle maschili

Nel 2014 le imprese straniere femminili sono più di 121 mila, pari al 9,3% del totale delle imprese capitanate da donne, laddove tra quelle maschili le imprese straniere sono l’8,5% del totale. In particolare, è emblematica l’ampia presenza straniera nel settore della moda, dove quasi 30 imprese su 100, fra quelle femminili, sono straniere (quasi 10 mila in valori assoluti), mentre solo 17 su 100 tra quelle maschili. Cina, Romania e Marocco sono le comunità straniere prevalenti all’interno dell’economia femminile del Paese. Nel 2014, su 100 titolari di ditta individuale stranieri di genere femminile, più di 20 sono cinesi, pari a oltre 20 mila unità; una dimensione di assoluto predominio considerando che la seconda comunità, quella delle rumene, arriva a contare poco meno di 10 mila imprenditrici (circa 10 su 100) e la terza, quella marocchina, quasi 7.500 unità (circa 8 su 100). Le imprenditrici cinesi primeggiano nel sistema moda e in quello dei servizi. Le comunità imprenditoriale rumena e marocchina, invece, primeggiano nel settore delle costruzioni.

Welfare-welness, tradizioni del made in Italy e turismo gli ambiti più femminili

I settori con un tasso di femminilizzazione (quota delle imprese femminili sul totale imprese di settore) superiore alla media generale (pari, come detto al 21,6%) sono: servizi alla persona (58,7% delle imprese che operano in tale settore sono femminili), sanità e assistenza sociale (38,3%), tessile, abbigliamento, pelli e calzature (35,6%), istruzione (29,5%), alloggio, ristorazione e servizi turistici (29,4%), agricoltura, silvicoltura e pesca (28,7%), commercio (24%), cultura e intrattenimento (23,8%) e servizi operativi (22%). L’imprenditoria femminile si ricollega quindi maggiormente ad ambiti del welfare-wellness, da un lato, contribuendo a sostenere il benessere e l’inclusione sociale delle comunità, e ad altri manifatturieri fortemente strategici della competitività della nostra economia, fatti di tradizioni e qualità, ma anche di innovazioni e creatività, importanti pilastri del Made in Italy, pensando alle eccellenze italiane in campo agroalimentare, della moda e del turismo.

Dai settori più femminili alle filiere femminili.

Sono sei le filiere dell’imprenditoria femminile che emergono a partire dai settori più femminili che rappresentano quindi il core di ciascuna di esse. Primeggia per tasso di femminilizzazione (imprese femminili della filiera su totale imprese della filiera) la filiera “Cultura, sport e benessere” , dove il 45,5% delle imprese è femminile (177.229 imprese “rosa”). Seguono poi le altre filiere: “Moda” con un tasso di femminilizzazione 35,5% (135.919 imprese femminili); “Turismo” con il 29,4% di imprese femminili (128.224 unità); “Assistenza socio sanitaria” con un tasso di femminilizzazione del 28,7% (30.000 imprese femminili); “Agroalimentare” con un tasso di femminilizzazione del 26,8% (300.950 imprese guidate da donne). Anche la filiera del “Terziario avanzato” (operano in essa circa 67.500 imprese femminili, pari al 5,2% del totale nazionale rosa) - sebbene non presenti un tasso di femminilizzazione particolarmente elevato (19,3% a fronte di una media generale del 21,6%) - è stata oggetto di approfondimento, poiché le dinamiche in atto nel tessuto imprenditoriale mostrano che in essa vi sono ambiti in cui i margini di crescita dell’imprenditoria femminile sono ancora molto ampi rispetto al resto dell’economia.

Un impatto occupazionale fatto di 3 milioni di addetti che operano nelle imprese femminili

Sono quasi 3 milioni gli addetti che lavorano all’interno delle imprese femminili, pari al 13,4% del totale addetti nazionale nelle imprese sulla base dei dati Infocamere. Questo impatto occupazionale delle imprese femminili è maggiore nei settori in cui sono più presenti chiaramente le imprese femminili: altri servizi alla persona (il 38% degli addetti del settore opera in un’impresa femminile; pari in valori assoluti a quasi 200 mila unità), sanità e assistenza sociale (31,8% corrispondente a poco più di 180 mila addetti che lavorano nelle imprese femminili), ma anche nel turismo (24%; poco più di 400 mila) e nell’istruzione (22,7%; 34 mila), nonché nel settore agricolo (19,8%; quasi 230 mila) e della cultura e intrattenimento (17,8%; quasi 44 mila). Si tratta di un impatto occupazionale valore di assoluto rilievo considerando il particolare momento di criticità che ha colpito il nostro mercato del lavoro, contraddistinto da una disoccupazione che si è innalzata negli ultimi anni su livelli mai toccati nei passati decenni.

Il contributo all’occupazione delle giovani imprese femminili

Sono ben 306 mila gli addetti nelle imprese guidate da donne under 35, pari all’1,4% dell’occupazione relativa al totale delle imprese e al 10% di quella che fa riferimento all’imprenditoria femminile complessivamente considerata. Sostenere l’imprenditoria giovanile significa, quindi, anche contribuire a rendere strutturale nel tempo una forza lavoro che presta la propria attività in imprese che, proprio per il fatto di essere giovani, devono essere messe nelle condizioni di garantire stabilità occupazionale nel tempo e di esprimere chiaramente le proprie potenzialità in termini di crescita dimensionale.

 

LE DINAMICHE DI MEDIO TERMINE
 

Le imprese femminili crescono e più velocemente di quelle maschili

In un’ottica di medio-termine, dal 2010 al 2015 il numero delle imprese femminili (al netto delle forma giuridica relativa alle società di persone ) è aumentato di tre punti percentuali (+3,1%) contro il lieve incremento registrato da quelle maschili (+0,5%). In termini assoluti si è trattato di un’espansione della base imprenditoriale femminile di quasi +35 mila imprese, quasi il doppio della crescita di quella maschile (+18.500 circa). In altre parole, l’imprenditoria “rosa”, ha contribuito per ben due terzi (il 65,3%) alla crescita complessiva dell’intera base imprenditoriale (+35 mila sul totale di +53 mila).

Questa maggiore velocità di espansione delle imprese femminili, rispetto a quelle maschili, è riscontrabile in tutte le macro-ripartizioni dell’Italia: oltre che in particolar modo nelle due ripartizioni settentrionali del Nord-Ovest (+3,4 contro -0,5%) e del Nord-Est (+2,6 contro -2,6%), dove si assiste addirittura ad una controtendenza, e al Centro (+6,3 contro +4%) anche nel Meridione (+1,4 contro +0,8%). Una conferma di come l’imprenditoria rosa riesca ad esercitare una qualche spinta a favore dello sviluppo produttivo anche nelle aree più svantaggiate del Paese.

Imprese femminili sempre più verso la frontiera dell’ICT, da Nord a Sud del Paese

Le imprese femminili nel settore ICT, sempre tra il 2010 e il 2015 e al netto delle società di persone, crescono ad un ritmo di molto superiore a quello medio riferito al resto dell’economia (+9,5 contro il +3%), sulla scia quasi esclusiva dell’aumento delle imprese nel comparto dell’informatica e telecomunicazioni (+11,5%) rispetto a quanto avvenuto nel comparto di media e comunicazione (+1,3%). In termini assoluti, le imprese femminili nel settore ICT sono cresciute di circa 1.800 unità, passando dalle 18.700 unità del 2010 alle 20.500 circa del 2015. Un fenomeno che sembra rispondere positivamente alle raccomandazioni di policy avanzate da più soggetti istituzionali a livello internazionale in merito alla necessità di innescare processi che vedano coinvolte le donne nello sviluppo tecnologico-digitale del paese; anche perché ciò favorirebbe, in un contesto di maggiore relazionalità imprenditoriale, anche una più forte ibridazione tra i contenuti digitali dei servizi ICT con quelli più tradizionali legati ai settori manifatturieri della lavorazione e trasformazione.

Uno degli effetti più importanti di questa tendenza verso la digitalizzazione delle imprese femminili risiede nel fatto che tale processo tocca tutte le aree del Paese: l’aumento delle imprese femminili nel settore ICT rispetto al resto dell’economia (restando sempre all’interno dell’imprenditoria femminile), è riscontrabile nel Nord-Ovest (+9,4 contro +3,3%), nel Nord-Est (+14,3 contro +2,4%), nel Centro (+9,2 contro +6,3%) e anche al Meridione (7,3% contro 1,3%). Una pervasività territoriale dell’espansione delle imprese rosa legate all’ICT che può, verosimilmente, contribuire a riqualificare in chiave innovativa i sistemi produttivi anche delle aree più in ritardo.

Aumenta in generale la terziarizzazione dell’imprenditoria femminile

In una visione di più ampio respiro, la crescita dell’ICT si innesta in un processo di terziarizzazione dell’imprenditoria femminile, risultato di un aumento delle imprese femminili nei servizi (+6,2%; +42.500) contro le flessioni subite dal settore primario (-13,4%; -32.600) e da quello manifatturiero (-1%; -800 circa). 
Più turismo, cultura e socio-assistenza...e alimentare nell’industria. Nel terziario l’aumento delle imprese femminili ha riguardato quasi tutti i comparti, con particolare enfasi negli ambiti a più alta presenza strutturale di imprese femminili: turismo (+17,9%; +15.200), sanità-assistenza sociale e istruzione (circa +21% in entrambi i casi; +2.100 nel primo caso e +1.300 circa nel secondo), cultura-intrattenimento (+12,8%; +1.700 circa). Nel manifatturiero, avanza l’alimentare grazie all’aumento del 13% di imprese femminili. Quindi, nel terziario, da un lato sembrano rafforzarsi i comparti più femminili e, dall’altro, emerge un nuovo volto dal marcato tratto tecnologico.

Imprese femminile sempre più strutturate aziendalmente

Ponendo a confronto le due forme giuridiche che stanno agli estremi della scala di complessità di organizzazione societaria, cioè le imprese individuali da una parte e le società di capitali dall’altra, si scopre una netta tendenza che inizia un po’ ad indebolire il concetto della “piccola impresa femminile”. Basti pensare che tra il 2010 e il 2015 le imprese rosa sotto forma di società di capitali hanno segnato e un vero e proprio balzo in avanti registrando una crescita di oltre venti punti percentuali (+25,4%), a fronte di una flessione delle ditte individuali di poco più di due punti percentuali (-2,3%): in pratica, in termini assoluti, l’incremento delle società di capitali di quasi 52 mila unità ha nettamente più che controbilanciato la flessione subita dalle ditte individuali di circa 20 mila unità. Chiaro che se da una parte può ritenersi positiva una maggiore strutturazione aziendale del tessuto imprenditoriale, è altrettanto vero che tale processo non dovrebbe comunque andare a scapito della riduzione della numerosità delle forme a conduzione più semplice, a meno che non si tratti di un vero e proprio turn-over fisiologico o crescita dimensionale delle stesse imprese. Se è vero che il nuovo mondo post-crisi ha visto cambiare per certi versi i paradigmi dello sviluppo economico, con l’asticella della competitività che si è alzata a tal punto che il fattore “massa” (in termini di risorse, know-how, ecc.) è diventato più determinante di prima, è altrettanto vero che ciò non può costituire motivo di dispersione delle tante nostre piccole realtà imprenditoriali. Semmai, è motivo per trovare e incentivare nuove soluzioni che permettano alle piccole imprese di organizzarsi per affrontare al meglio le nuove sfide della competitività. In questo senso, i contratti di rete rappresentano una delle modalità più avanzate di organizzazione imprenditoriale.
Un fenomeno che si rivela più intenso nel Meridione, dove, sempre con riferimento all’imprenditoria femminile, alla flessione delle ditte individuali del 4,6% (circa -16 mila unità) ha fatto da contraltare la marcata espansione del 35,5% delle società di capitali (poco più di +20 mila unità). Comunque, anche nelle altre ripartizioni dell’Italia si è verificata, con più o meno intensità, questa divergenza di andamento tra le due forme giuridiche. 


LE DONNE NEL MERCATO DEL LAVORO

Occupazione femminile, cresce a differenza di quella maschile e rispetto a molti paesi UE

Tra il 2010 e il 2014, secondo i dati Istat, aumenta l’occupazione femminile (+1,7%; pari a +156 mila in termini assoluti), dimostrandosi in controtendenza rispetto alla flessione subita da quella maschile (-3,8%; -498 mila). Una tendenza che assume ancor più valore pensando agli anni di difficile congiuntura e al fatto che quasi la metà dei paesi dell’Unione europea (ben 13) hanno visto diminuire nello stesso periodo temporale il numero delle donne occupate. Ciò che appare ancora più positivo è il fatto che dietro a tale espansione della base occupazionale femminile risieda un importante upgrading formativo, dato il marcato aumento, sempre tra il 2010 e il 2014, delle occupate con laurea (+15,8%; +324 mila), peraltro superiore alla corrispondente media Ue (+14,3%); al quale si contrappone la contrazione delle occupate con al massimo la licenza media (-8,2%; -205 mila) e il lieve incremento di quelle con diploma (+0,8%; +37 mila). 

Diminuisce però l’occupazione giovanile femminile

Restano però le ombre che oscurano il potenziale produttivo dei giovani, perché in Italia, sempre tra il 2010 e il 2014, l’occupazione giovanile femminile (15-34 anni) ha subito una significativa flessione (-15,4%; -392 mila in valori assoluti) che, seppur solo di poco più contenuta rispetto a quella maschile (-18,8%), si è dimostrata ben più profonda rispetto alla media europea (-4,4%).

Più occupazione più redditi da lavoro

Negli ultimi anni, sempre secondo i dati Istat, nelle famiglie in cui il principale percettore di reddito è una donna, la quota di reddito proveniente da lavoro autonomo o dipendente è andata progressivamente aumentando, toccando negli ultimi anni quasi il 50% del totale (dal 44,8% del 2006 al 47,2% del 2012), a scapito soprattutto della quota del reddito ascrivibile a trasferimenti pubblici. Un chiaro segno della crescente proattività delle donne all’interno della società come attori in grado di contribuire positivamente alla formazione del prodotto del Paese. Sempre tra il 2010 e il 2014, la disoccupazione femminile è aumentata di ben 522 mila unità, superando di gran lunga l’incremento di 156 mila occupate. 

Il ritardo strutturale del mercato del lavoro femminile in Europa.

L’Italia è fra i primi paesi dell’area comunitaria con il tasso di disoccupazione femminile più elevato (13,8% nel 2014), dopo Grecia, Spagna, Croazia, Cipro e Portogallo e di converso si colloca al secondo posto per tasso di occupazione femminile più basso, superata solo dalla Grecia. L’Italia, inoltre, è il secondo paese dell’Unione europea, dopo Malta, con il tasso di inattività femminile (45,6%) più elevato, oltre dieci punti percentuali al di sopra della media Ue (33,5%). 


Ancora difficile la conciliazione lavoro-famiglia

L’inattività femminile, in particolare, nasconde problemi che rimandano al tema della conciliazione lavoro-famiglia, perché può accadere che le donne si trovino nella condizione di rinunciare al lavoro per motivi familiari. Da questo punto di vista, il tasso di inattività, calcolato sulle motivazioni legate a impegni e responsabilità di famiglia (accudimento figli, badare a persone non autosufficienti, ecc.), risulta per l’Italia superiore alla media europea (11,3 contro 8,3%), dimostrandosi il terzo valore più elevato fra i 28 paesi comunitari. Agevolare l’occupabilità, produrrebbe senz’altro effetti circolari virtuosi per l’intero sistema produttivo, perché si innesterebbe una positiva interdipendenza - dagli elevati effetti moltiplicativi sull’economia in generale - tra servizi, specialmente quelli di cura, occupazione e reddito, dove la cooperazione nei settori dei servizi alla persona/famiglia potrebbe giocare un ruolo di primo piano. Sul fronte della conciliazione lavoro-famiglia il nostro Paese deve ancora compiere passi in avanti, anche se negli ultimi anni ne sono stati effettuati alcuni importanti, sviluppando tutte le più avanzate forme di servizi e soluzioni che agevolino le donne nel riuscire a coniugare la vita lavorativa con quella familiare per superare il famigerato ostacolo del “double day”.
Il tasso di occupazione delle donne 15-49 anni in coppia senza figli è molto più elevato rispetto a quello corrispondente alle donne con figli (68,8 contro 52,7%; dati 2013). Senza considerare poi un altro volto di questo tema rappresentato dal part-time femminile involontario, che in Italia nel 2014 coinvolge ben 60 occupate part-time su 100, quinto valore più alto tra i 28 paesi comunitari dopo Grecia, Bulgaria, Spagna e Cipro, laddove la media Ue si ferma a circa 26 su 100. 


Una maggiore presenza femminile nella Pubblica amministrazione che nel resto dell’economia

In Italia, nel 2014, secondo i dati desunti dal Conto annuale della PA redatto dalla Ragioneria Generale dello Stato, oltre la metà degli occupati nella PA sono femminili, pari al 55,8%, corrispondenti in valori assoluti a ben 1,8 milioni di unità su un totale di 3,2 milioni . Si tratta di una fetta di assoluto rilievo, pensando che nel resto dell’economia la quota di occupazione “rosa” non va oltre il 40% circa. La quota di occupati di genere femminile è aumentata di oltre 3 punti percentuali tra il 2005 e il 2014, passando dal 52,6 al 55,8%, laddove nel resto dell’economia l’incremento si è assestato su circa due punti e mezzo percentuali, passando da 36,9 a 39,5%.

La supremazia delle donne nei comparti della sanità e dell’istruzione.

Viaggiando fra i comparti di cui si compone la PA, non desta stupore rilevare come quello della scuola spicchi nettamente per presenza femminile, dove ben 80 occupati su 100 sono donne, poco più di 800 mila unità in valori assoluti su un totale 1 milione circa presenti nel comparto. Alla scuola segue il servizio sanitario nazionale (escludendo la carriera penitenziaria per esiguità del numero di occupati, 349 in totale di cui 235 donne), con ben 66 occupati su 100 di genere femminile, più di 400 mila su un totale che supera le 600 mila unità. Quindi, appare evidente come si ritrovi, anche osservando il settore pubblico, quella marcata vicinanza delle donne verso l’istruzione e la sanità riscontrata precedentemente con riferimento al “fare” impresa.
E’ nel Settentrione dove la Pubblica Amministrazione ha il volto più “rosa”, con poco più del 60% degli occupati nel settore pubblico di genere femminile, a fronte di un valore sostanzialmente allineato alla media nazionale (55,6%) registrato nel Centro-Italia (54%) e ben al di sotto nel caso del Meridione (48,9%). In verità, questa divisione delle “due Italie” in tema di occupazione femminile nella PA sembra l’effetto di una più generale tendenza che contraddistingue l’intera economia, visto che, anche con riferimento all’occupazione non appartenente al pubblico impiego, la quota “rosa” tende a scendere nel Mezzogiorno.

Donne sempre più qualificate nella PA.

Nel 2014 quasi il 40% delle donne impiegate nel settore pubblico sono laureate, pari in valori assoluti a circa 690 mila unità, quando nel caso dei maschi la corrispondente quota scende al 30%. Una differenza che, peraltro, è andata accentuandosi nel corso del tempo, per effetto di una più forte accelerazione del fenomeno riscontrata proprio nella componente “rosa”. Infatti, la quota dei laureati fra le donne occupate nella PA è aumentata negli ultimi dieci anni di circa 7 punti percentuali, passando dal 30,8% del 2005 al 38% del 2014, laddove quella maschile ha segnato un aumento inferiore ai 5 punti percentuali (dal 25,3 al 29,9%). 

Il sistema camerale parla sempre più al femminile.

L'occupazione del sistema camerale è caratterizzata da un tasso di femminilizzazione elevato e maggiore di quello della pubblica amministrazione nel suo complesso. Se oltre la metà degli occupati nella PA sono donne (55,8%), infatti, nelle Camere il valore è superiore di quasi dieci punti percentuali attestandosi poco sopra il 65%. Un organico femminile mediamente più giovane e con upgrade formativo al pari, se non in alcuni casi più elevato, dei colleghi uomini, un potenziale di competenze e di risorse nella direzione della modernizzazione del sistema stesso. E ora a parlare femminile c'è sempre più anche la governance. Fino al 2011 le consigliere non superavano il 7%. Dal 2012 grazie agli effetti del decreto n. 156 del 4 agosto 2011 “Regolamento relativo alla designazione e nomina dei componenti del consiglio ed all'elezione dei membri della giunta delle Camere di commercio in attuazione dell'articolo 12 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, come modificata dal decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 23., l'accelerazione di passo. Le consigliere sono progressivamente aumentate fino a sfiorare il 20%. Il processo di empowerment permette la diffusione della cultura delle pari opportunità, nella direzione dell’equità ma anche e soprattutto dell’efficienza e dello sviluppo.

Segnali incoraggianti, dall’applicazione della Legge 120/2011

La legge n. 120 del 2011 impone, alle società quotate e alle società controllate dalle pubbliche amministrazioni di riservare la quota di 1/3 del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale al genere meno rappresentato. Si tratta, in sostanza, di una legge che introduce l’obbligo di equilibrare le rappresentanze di genere negli organi di governo e di controllo. Qualche numero: nella quasi totalità delle società quotate in borsa (98,7% ossia 232 imprese su 235), vi è almeno una donna nel consiglio di amministrazione; la quota degli amministratori donne è salita dall'11,6% del 2012 al 27,6% di giugno 2015; nelle società non quotate e in cui le Pubbliche Amministrazioni detengono una partecipazione superiore al 50%, sono donne più del 17% del totale degli oltre 24mila membri degli organi di amministrazione e controllo. Il quadro che emerge a seguito dell’applicazione della legge 120/2011 è incoraggiante, la partecipazione femminile è in crescita e il gap fra i due generi tende a diminuire. Una presenza maggiore di donne nella governance, e più in generale nel management, è di particolare interesse non solo per ragioni squisitamente di "equilibrio di genere" ma perché - come sostenuto in diversi studi economico- statistici anche internazionali- le imprese con donne in posizioni di “comando” otterrebbero performance organizzative e economiche migliori. 

 

LE DONNE E L’INNOVAZIONE
 

Le imprese femminili tutelano l’innovazione con particolare attenzione al design

Sebbene siano ancora poche, le imprese femminili che innovano e tutelano le proprie opere di ingegno sono in crescita quelle che puntano all’innovazione quale leva strategica per rafforzare la competitività. Le imprese femminili che ricorrono alla tutela della proprietà industriale mostrano una maggiore propensione a innovare nei campi legati al design e ai marchi di impresa piuttosto che nelle tecnologie in senso stretto, risultato che non sorprende considerata la struttura produttiva tipica dell’economia femminile nonché tra l’altro del sistema Paese. 


Pesano ancora poco sul tessuto imprenditoriale ma sono in crescita: le startup innovative femminili hanno davanti un enorme potenziale da sfruttare.

 

L’incidenza delle startup innovative femminili sul totale delle startup innovative, seppure più bassa del tasso di femminilizzazione caratterizzante l’economia del paese (21,6%) è comunque in crescita ed è passato dal 9,1%, misurato per l’insieme delle startup innovative avviate nel 2010, al 15,4% per quelle nate nel 2014, mostrando interessanti prospettive di sviluppo anche per il 2015. L’universo complessivo delle startup innovative femminili (più di 600 imprese) opera prevalentemente nel settore dei servizi (74,9%), mentre circa il 20% si occupa di industria e artigianato e il 5,4% di commercio. Più in dettaglio tra le attività maggiormente diffuse vi è la produzione di software e consulenza informatica (pari al 24,3% del totale start up femminili, ricerca e sviluppo (17,4%) e la fornitura di servizi di ICT (13,7%). 
Utilizzando, invece, come indicatore il tasso di femminilizzazione, la presenza delle donne imprenditrici all’interno delle startup innovative complessive raggiunge i valori più elevati nella assistenza sanitaria (53,8%), nel settore agroalimentare (36%) e nella fabbricazione di prodotti chimici (32,4%). 

 


La maggiore parità di genere che offre la green economy.

La green economy, intesa come la transizione verso un’economia sostenibile sotto il profilo ambientale ed efficiente nell’uso delle risorse naturali, è un fenomeno pervasivo, con orizzonti ampi e variegati, che racchiude molteplici opportunità per le imprese, con notevoli ricadute in particolare sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Dai dati in possesso del sistema camerale emerge che sono le imprese che hanno investito nelle tecnologie green a prevedere maggiormente nuove assunzioni e a manifestare al tempo stesso un più elevato orientamento verso la parità di genere, aprendo di fatto nuove opportunità per il genere femminile. Le assunzioni non stagionali con preferenza esplicita per le donne o caratterizzate da indifferenza di genere riguardano ben il 75% della domanda di lavoro nel caso delle imprese che investono in tecnologie green, contro il 65% registrato nel caso delle imprese che non investono. 


Il volto femminile del sistema produttivo culturale e le opportunità occupazionali

I dati a disposizione del sistema camerale consentono di leggere l’apporto dell’economia femminile sia in termini di imprese impegnate nel sistema produttivo culturale, sia in termini di opportunità occupazionali per le donne offerte dalle attività economiche che ruotano attorno alla cultura. Delle 443.208 imprese appartenenti al sistema produttivo culturale ben 58.747 sono femminili . Nel complesso si tratta ancora di piccoli numeri, tanto che il tasso di femminilizzazione complessivo è pari al 13,3% a fronte del 21,6% che si registra per il totale economia. Spostando l’analisi sulle opportunità occupazionali per il genere femminile create dalle imprese del sistema produttivo culturale, emerge che le imprese attive nella gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico e le imprese delle industrie creative mostrano una maggiore preferenza per il genere femminile nell’ambito della domanda di lavoro (la quota di assunzioni con preferenza esplicita per il genere femminile è pari, ordinatamente, al 26,1 e 21,5% del totale delle rispettive assunzioni). 


Le imprese femminili scelgono i contratti di rete quale strumento di aggregazione per rafforzare la competitività e superare i limiti dimensionali.

Mettendo a confronto l’universo delle imprese femminili in rete (sono 1.649) con l’insieme delle imprese che hanno scelto la via della collaborazione (10.270), emergono alcune peculiarità e alcuni elementi di riflessione. Una prima considerazione riguarda le caratteristiche strutturali, dimensioni di impresa e attività economica prevalente. Le imprese femminili che vedono nell’aggregazione un’opportunità hanno dimensioni più ridotte rispetto all’insieme delle imprese in rete e sono più presenti nei settori turismo e servizi alla persona - entrambi contemplati nella voce “altri servizi” - e nelle attività attinenti l’agricoltura.

L’incidenza delle imprese femminili in rete attive nei settori del turismo e dei servizi alla persona è tale da arrivare ad assumere valori pari a quasi il doppio di quelli relativi all’insieme delle imprese in rete. Tale caratteristica si riflette anche sulle motivazioni che hanno spinto le imprese femminili a scegliere la via dell’aggregazione. Analizzando l’oggetto dei contratti di rete in cui la presenza femminile è esclusiva o comunque maggioritaria, emerge che un contratto di rete su tre è rivolto a offrire servizi, innovativi, integrati e a più elevato valore aggiunto, rivolti alla persona (con particolare attenzione ai temi della famiglia, del welfare e dell’inclusione sociale) o al settore ricettivo-turistico-alberghiero (con particolare attenzione alla promozione turistico-culturale dei territori).

 

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