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Smart working e welfare aziendale: il benessere dei lavoratori e quello delle aziende

Ripensare il lavoro in un'ottica intelligente, mettendo in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario, lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati: questo è lo smart working. Mentre negli Stati Uniti è un metodo di lavoro già affermato, in Italia stenta a decollare, perché? Perché i manager e i responsabili, dovrebbero rinunciare al controllo diretto della prestazione di lavoro dei collaboratori.

Con lo smart working, viene meno il rispetto dell'orario di lavoro e l'obbligo di lavorare in un certo luogo; ma in cambio, l'azienda ripone fiducia nei propri dipendenti, per quanto concerne il raggiungimento del risultato della prestazione, e ciò indipendentemente dal luogo e dal tempo impiegato ad ottenerlo.
Tutto ciò, implica  un vero è proprio cambio di cultura aziendale: dal controllo sulla prestazione al controllo del risultato della attività. Ormai abituati, erroneamente, a considerare il contratto di lavoro un contratto dove l'azienda “compra" delle ore/lavoro del proprio dipendente, anziché un risultato atteso derivante dalla prestazione lavorativa.
In passato esisteva anche il cottimo, dove il dipendente veniva pagato a "pezzo" e pertanto proprio a risultato: oggi non si tratta ovviamente di rimettere il cottimo nel contratto di lavoro, bensì di riportare il risultato, e conseguentemente il rendimento, al centro del contratto di lavoro. Ebbene, lo smart working potrebbe proprio essere la via giusta per cogliere questa opportunità: delle imprese e dei lavoratori, pronti a "giocarsi la sfida" del rendimento, per liberarsi dalle catene dell'obbligo di un orario di lavoro e di un ufficio.
 

I dati sullo smart working in Italia

Nel 2015 il 17% delle grandi imprese italiane ha già avviato dei progetti organici di smart working, introducendo in modo strutturato nuovi strumenti digitali, policy organizzative, comportamenti manageriali e nuovi layout fisici degli spazi (lo scorso anno erano l'8%).
A queste si aggiunge il 14% di grandi imprese in fase “esplorativa”, che si apprestano cioè ad avviare progetti in futuro, e un altro 17% che ha avviato iniziative puntuali di flessibilità solo per particolari profili, ruoli o esigenze delle persone. Quasi una grande impresa su due, quindi, sta andando in modo strutturato o informale questo nuovo approccio all’organizzazione del lavoro. Sono alcuni risultati della ricerca dell'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, realizzata attraverso un’analisi empirica e il confronto diretto con oltre 240 organizzazioni pubbliche e private in Italia.

Come riporta in un articolo il Corriere della Sera, una ricerca dell’Università la Sapienza di Roma sul lavoro smart di 42 dipendenti del comune di Torino, ha messo in evidenza due effetti: l’effetto Stackanov, nella quale i lavoratori agili sono talmente preoccupati di dimostrare la loro produttività che spesso lavorano ben oltre le richieste dell’impresa. Il secondo è l’effetto Mulino Bianco: soprattutto le donne che lavorano da casa si caricano di incombenze familiari in più trasformando la giornata in un tour de force. Altro aspetto messo in evidenza è il risparmio per le aziende: attraverso lo smart working, si risparmierebbe sui buoni pasto, si ridurrebbero i permessi e i giorni di malattia, gli uffici si rimpiccioliscono, e quindi meno affitti, meno riscaldamento, bollette della luce ridotte. 

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