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Web tax: la tassazione dell`economia digitale

La questione della tassazione dell'economia digitale è riconducibile al fatto che l'economia digitale è prevalentemente immateriale e questo fa sì che imprese residenti in un certo paese, per esempio gli Stati Uniti, che operano in tutto il mondo per esempio in Italia, non abbiano bisogno di un ufficio per svolgere la loro attività in Italia.

Sulla base dei trattati internazionali un'impresa di un paese diverso dall'Italia è tassabile solo se ha una stabile organizzazione, cioè una strumentazione fisica: questa situazione fa sì che un'impresa americana che svolga la sua attività digitale in Italia, finisca per non dover pagare alcuna imposta d'Italia perché non ha una stabile organizzazione in essa. Questo ovviamente comporta una forte discrasia perché l'impresa in questione svolge le attività in Italia sotto un profilo economico, preleva cassa dallo Stato italiano, ma non versa alcuna imposta.

Come si potrebbe intervenire? Secondo l'avv. Di Tanno, si potrebbe semplicemente modificare il concetto di stabile organizzazione che fu inventato alla fine della seconda guerra mondiale. Ma nonostante il fatto che questo problema sia conosciuto da almeno 3-4 anni, l'Ocse, che è l'organismo che dovrebbe prevedere una diversa formulazione del concetto di stabile organizzazione, fino ad oggi non è arrivata a nessuna conclusione: questo perché influenzata prevalentemente dai punti di vista americani e a fronte dei quali non c'è stata un'adeguata controproposta da parte dei paesi europei.

Così i Paesi europei, esasperati da questo comportamento degli americani, hanno deciso di procedere per conto proprio elaborando una disciplina di tassazione dell'economia digitale che risulta da due recenti proposte di direttive formulate dalla Commissione Europea, con  due finalità: forzare la modifica del concetto di stabile organizzazione, la seconda è quella di un intervento ad interim, ad effetto immediato che comporti la sottoposizione a tassazione delle attività prodottoe dall'economia digitale con certe limitazioni. Per cui questa seconda proposta che chiamiamo la Web tax straordinaria, dovrebbe essere soltanto transitoria, finalizzata a spingere maggiormente i paesi europei e americani dall'altro, a trovare un punto di incontro nella riformulazione del concetto di stabile organizzazione.

Questa web tax transitoria, secondo Di Tanno, è palesemente una costruzione piuttosto difficile e atipica, che richiede una forte collaborazione fra Stati europei perché può attuarsi in quanto questi collaborano in misura accentuata nella predisposizione di strumenti di informazione reciproca e nella predisposizione di strumenti di accertamento reciproci. Questa web tax europea si applicherebbe solamente alle grandi imprese del settore digitale, che a livello mondiale abbiano un fatturato superiore ai 750 milioni di euro e a livello europeo un fatturato di operazioni tassabili superiori a 50 milioni di euro: si calcola che aziende di questo tipo siano circa 120 nel mondo, delle quali 25 europee. Questo che vuol dire lasciare fuori dalla tassazione tutte le start up e le imprese di dimensioni non così importanti e comunque tutte quelle con una proiezione internazionale relativamente limitata.

La ragione per la quale questa web tax straordinaria è stata formulata da parte della Commissione europea, è anche quella di evitare che ciascuno Stato europeo vada per conto proprio, perché segnali di insofferenza da parte di vari Stati europei se ne se ne è avvertito più di uno: per esempio l'Italia ha varato con la legge di bilancio 2018 ha varato una web tax italiana,  e altri paesi si erano incamminati sulla stessa strada, con il rischio concreto che in Europa si avessero 27 Web tax nazionali non coordinate tra di loro.

I servizi digitali i servizi digitali che vengono sottoposti a tassazione non sono tutti: la proposta della Commissione europea Infatti assoggetta a tassazione solo quei servizi digitali in cui c'è un elevato contributo di utilizzatori perché si è voluto evitare di introdurre una sorta di tassazione generalizzata di tutti i servizi digitali, che si sarebbe tradotta in una penalizzazione del servizio digitale in quanto tale. Allora si è scelto di tassare soltanto i servizi digitali in cui il contributo degli utilizzatori alla formazione del valore, fosse un valore particolarmente rilevante e questo nel presupposto che gli utilizzatori in questione sono localizzati in Europa.

Se non si fosse fatta questa scelta, questa ipotesi di tassazione avrebbe potuto essere accusata di essere discriminatoria nei confronti del servizio digitale e soprattutto di assoggettare a tassazione un valore, una parte del valore che non si era creata in Europa, ma si era creata fuori.

La proposta della Commissione europea, invece tende a valorizzare il ruolo degli utilizzatori localizzati in Europa, e quindi la parte principale del valore la creano gli utilizzatori e se l'utilizzatore sono europei, è bene che questa base imponibile venga tassata in Europa.

odo cruciale, per il tributarista (docente al Master Bocconi) Tommaso Di Tanno, è la definizione del concetto di “stabile organizzazione”. La Commissione europea lo scorso marzo ha emanato una direttiva “Interim digital service tax”, sulla quale i singoli Stati devono pronunciarsi entro il 2019 e che dovrebbe entrare in vigore nel 2020. Prevede che le aziende digitali con oltre 750 milioni di fatturato nel mondo e almeno 50 in Europa paghino le tasse anche dove fanno utili grazie all’interazione degli utenti, sebbene prive di un’anima stabile organizzazione in quel paese. Si calcola che aziende di questo tipo siano circa 120 nel mondo, delle quali 25 europee. Non è quindi una legge anti americana, chiosa Di Tanno.

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